Essere cittadino italiano non mi aveva risparmiato dal sentirmi guardato con sospetto
Qualche anno fa, nel periodo successivo alla pandemia di COVID-19, vissi un episodio che ancora oggi ricordo con estrema nitidezza. È uno di quei momenti che rimangono impressi nella memoria, non tanto per ciò che è accaduto, ma per come ti fanno sentire.
Era una giornata d'estate a Roma. Avevo preso la metropolitana per raggiungere la fermata Laurentina, dove mio cugino mi stava aspettando in macchina. Il programma era semplice: andare al mare, trascorrere una giornata tranquilla e goderci il sole.
Indossavo ancora la mascherina, come molte persone facevano in quel periodo. Avevo la barba piuttosto lunga e la pelle più scura del solito, perché ero già abbronzato. Sulle spalle portavo uno zaino con dentro solo l'occorrente per la spiaggia: un costume, un asciugamano e un paio di infradito.
Appena misi piede fuori dalla stazione, accadde qualcosa di completamente inaspettato.
Mi ritrovai improvvisamente circondato da carabinieri e soldati dell'Esercito italiano. Il loro atteggiamento era serio, quasi allarmato. Mi fermarono immediatamente e mi chiesero i documenti. In quel momento ebbi la netta sensazione di essere considerato una minaccia, come se nello zaino potessi trasportare qualcosa di pericoloso.
Consegnai i miei documenti senza opporre alcuna resistenza. La mia carta d'identità riportava chiaramente che ero cittadino italiano, nato in Italia. Eppure, ebbi l'impressione che questo non bastasse. Sembrava che dubitassero persino dell'autenticità dei miei documenti, come se la mia nazionalità fosse incompatibile con il mio aspetto.
In quel momento provai un profondo senso di umiliazione. Non mi sentivo osservato per ciò che ero, ma giudicato per come apparivo. La barba lunga, la pelle abbronzata, la mascherina sul volto e uno zaino sulle spalle sembravano aver costruito, agli occhi di chi mi stava davanti, l'immagine di una persona sospetta.
Mentre il controllo proseguiva, dentro di me cresceva una domanda difficile da ignorare: se avessi avuto un aspetto diverso, sarei stato trattato nello stesso modo?
Alla fine non trovarono nulla, perché non c'era nulla da trovare. Nel mio zaino c'erano soltanto gli oggetti necessari per una giornata al mare. Mi lasciarono andare e raggiunsi mio cugino, che mi stava aspettando ignaro di quanto fosse appena successo.
La giornata continuò, ma il peso di quell'episodio rimase con me. Ancora oggi, quando ci ripenso, non ricordo tanto il controllo in sé, quanto la sensazione di essere stato giudicato prima ancora di essere conosciuto. Essere cittadino italiano non mi aveva risparmiato dal sentirmi guardato con sospetto. È questa la parte che più mi è rimasta dentro: la sensazione di essere stato definito dalla mia apparenza, anziché dalla mia identità.